Cronaca

Turchia, giornalista ucciso nel consolato saudita

Dare voce a chi non ce l’ha. È questa una delle mission, in termini aziendali, alla quale deve rispondere la professione del giornalista. Cercare gli emarginati dalla comunità, le fasce sociali più deboli, chi non può far valere i suoi diritti e farlo salire alla ribalta, metterlo alla pari con il resto della popolazione. Purtroppo non sempre tutto ciò è possibile.

Il controllo dei media da parte delle imprese con l’introduzione di inserzioni pubblicitarie, i finanziamenti pubblici ai giornali, che spesso influenzano, direttamente o indirettamente, le linee editoriali da seguire, il condizionamento da parte dell’editore, vuoi per una questione economica che, in alcuni casi, per una politica, rendono sempre più complicata l’autonomia dei giornalisti, la loro passione per il mestiere, il racconto della verità. A volte essere una voce critica non rende soltanto impossibile essere un buon cronista, ma mette a rischio la stessa incolumità fisica del giornalista.

È quello che è accaduto a Jamal Khashoggi, giornalista di origini saudite, scomparso lo scorso 2 ottobre. Secondo l’agenzia britannica Reuters ed il Washington Post, quotidiano per il quale Khashoggi lavorava, il repoter sarebbe stato ucciso all’interno dell’edificio che ospita il consolato del suo Paese, ad Ankara, in Turchia.

Un commando di 15 persone sarebbe giunto appositamente dall’Arabia Saudita per compiere l’agguato al giornalista. Jamal Khashoggi era giunto in Turchia per allontanarsi dal suo Paese, a seguito a delle imposizioni da parte della monarchia saudita. Più volte infatti gli sarebbe stato ordinato di abbassare i toni troppo critici nei confronti del potere, toni che il cronista avrebbe usato all’interno dei suoi articoli.

Secondo una fonte del Washington Post, il corpo del giornalista sarebbe stato poi condotto fuori dall’edificio. La stessa fonte avrebbe affermato che “si tratta di un omicidio premeditato”. Per ora le autorità saudite non hanno voluto commentare la notizia. Nei giorni scorsi avrebbero però smentito che l’uomo avrebbe lasciato l’edificio dopo aver sbrigato alcune pratiche. Il Washington Post, che conferma la versione dei fatti dell’agenzia britannica Reuters sull’uccisione, all’interno del consolato, del reporter, sta avviando una campagna per fare chiarezza sull’improvvisa scomparsa di Khashoggi.

L’episodio conferma ancora una volta come la libertà di informazione sia messa a dura prova da circostanze esterne che rendono il lavoro del cronista sempre più complesso. Querele e intimidazioni da parte del potere, di qualsiasi colore e parte esso sia, rendono tale professione sempre più rischiosa, anche per la vita. Ma non bisogna farsi intimorire, bisogna andare dritti per la strada che conduce alla ricerca della verità ed al controllo dell’operato politico. Il giornalismo, malgrado tutto, è pur sempre un potere “altro”.

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Marco Rota

Laureato in Sociologia con una tesi sperimentale in metodologia delle scienze sociali, ha lavorato come editor ed articolista per blog, riviste, giornali online. Ha pubblicato un libro di racconti distribuito da Feltrinelli. Ha una passione per i video ed il reportage video, oltre che per la fotografia. Legge, cerca sempre di essere "sul pezzo" anche se a volte la realtà può sembrare multiforme e sfaccettata, sempre più complessa di quello che appare. Ama Lisbona, per la sua carica vitale e multiforme, avamposto di meticciato polifonico culturale.