Ambiente

Microplastiche: Greenpeace accusa le multinazionali

Siamo invasi dalle microplastiche. Ovunque volgiamo il nostro sguardo le troviamo: nei mari, nei fiumi, all’interno dei cibi, nel pesce che acquistiamo al banco del supermercato e addirittura nel sale. Non è da escludere che qualche traccia del materiale si possa trovare anche all’interno del nostro organismo, magari vagando tra i globuli rossi del nostro sangue oppure depositato in qualche angusto anfratto di organi vitali, in attesa di sviluppare problemi. Analizzando la situazione ci sembra di capire che quella delle microplastiche sia una delle questioni da porre sul tavolo se vogliamo cercare una soluzione all’inquinamento ed a ciò che esso comporta per il benessere non solo dell’ambiente ma anche degli esseri viventi che lo abitano, non da ultimo, l’uomo.

Il rapporto Greenpeace

A rendersi conto della situazione problematica è stata l’organizzazione ambientalista Greenpeace, da sempre impegnata nel cercare di dare risposta alle varie istanze ambientali che di volta in volta emergono dall’agenda politica ed economica in tema di inquinamento. Il rapporto “Una crisi di convenienza. Le multinazionali dietro l’inquinamento da plastica del Pianeta” tenta proprio di dare risposta alla spinosa questione delle microplastiche, ponendo sul piano degli imputati, in primo luogo, proprio le grandi multinazionali dell’alimentazione. L’indagine ha sottoposto un questionario a undici grandi aziende di beni di largo consumo (Coca-Cola, Colgate-Palmolive, Danone, Johnson e Johnson, Kraft Heinz, Mars, Nestlé, Mondelez, PepsiCo, Procter & Gamble e Unilever), proprio con l’intento di indagare sugli imballagi monouso utilizzati dalle stesse aziende ed alle strategie messe in atto per riutilizzare o usare materiali di riciclo. I risultati sono a dir poco preoccupanti. Non solo infatti i grandi gruppi non affrontano direttamente la questione relativa all’inquinamento dovuto alle plastiche ma addirittura prevedono, nei prossimi anni, un incremento delle vendite di prodotti imballati all’interno di contenitori costituiti da tale materiale. Le undici multinazionali intervistate inoltre, non solo non sono al corrente o non rendono noti i dati relativi alla quantità di imballaggi prodotti che vengono riciclati, ma non si curano nemmeno della destinazione delle microplastiche alla fine del loro ciclo di vita. I quattro grandi gruppi che hanno dichiarato la maggior quantità di plastica all’interno dei loro imballaggi, Coca Cola, PepsiCo, Nestlé e Danone, sono gli stessi che inquinano di più, come era lecito aspettarsi. Un recente rapporto della coalizione Break Free From Plastic ha sottolineato proprio che le plastiche delle quattro multinazionali citate sono le stesse che vengono trovate con maggiore frequenza all’interno delle discariche di tutto il mondo. Alcuni responsabili dell’organizzazione Greenpeace ci tengono a mettere le cose in chiaro. Non tutti i materiali provenienti dalle plastiche sono riciclabili. Proprio per tale motivo alcune istituzioni stanno cecando di porre un argine al dilagante fenomeno dell’inquinamento dovuto alle microparticelle. Attualmente è in discussione al Parlamento europeo una direttiva che, oltre ad obbligare le multinazionali ad assumersi le proprie responsabilità, promuove nuovi sistemi basati sul riutilizzo. I grandi gruppi però, in particolare le quattro grandi multinazionali Coca Cola, PepsiCo, Nestlé e Danone hanno già fatto pressione inviando alcune missive ai ministri europei per scongiurare l’approvazione della direttiva. La speranza è che il Parlamento europeo possa decidere in totale autonomia non badando alla richieste dei gruppi di potere.

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Marco Rota

Laureato in Sociologia con una tesi sperimentale in metodologia delle scienze sociali, ha lavorato come editor ed articolista per blog, riviste, giornali online. Ha pubblicato un libro di racconti distribuito da Feltrinelli. Ha una passione per i video ed il reportage video, oltre che per la fotografia. Legge, cerca sempre di essere "sul pezzo" anche se a volte la realtà può sembrare multiforme e sfaccettata, sempre più complessa di quello che appare. Ama Lisbona, per la sua carica vitale e multiforme, avamposto di meticciato polifonico culturale.